TASI, IMU E TARI: PER I PROPRIETARI POSSEDERE UN IMMOBILE E’ DIVENTATO UN INCUBO

Più che un investimento, un incubo. L’incubo dei proprietari di immobili, potremmo definirlo. Sì, perché sebbene da sempre in Italia gli immobili sono considerati degli strumenti utili per far cassa attraverso una tassazione eccessiva, negli ultimi anni la situazione è addirittura peggiorata. A certificarlo è l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre. Dal 2012 ad oggi famiglie e imprese hanno versato ben 156 miliardi di euro tra Imu e Tasi. 

L’abolizione della Tasi sulla prima casa ha fatto sì risparmiare 3.5 miliardi di euro agli italiani, ma questo ammanco nelle casse statali è stato di gran lunga compensato con l’aumento delle imposte sulle seconde case e sugli immobili “strumentali”. Il passaggio dall’Ici all’Imu è stato quindi un vero e proprio salasso per i proprietari di immobili, qualsiasi sia la destinazione di questi ultimi. Tra il 2011, ultimo anno in cui si è pagata l’Ici e il 2018 il gettito è aumentato di ben 5 miliardi. Una situazione impossibile per le piccole e medie imprese che sono dunque costrette a versare allo Stato miliardi di euro per immobili che servono a produrre ricchezza e posti di lavoro. 

“Fino a qualche anno fa l’acquisto di una abitazione o di un immobile strumentale costituiva un investimento. Ora, in particolar modo chi possiede una seconda casa o un capannone, sta vivendo un incubo. Tra Imu, Tasi e Tari, ad esempio, questi edifici sono sottoposti ad un carico fiscale da far tremare i polsi”, dichiara Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA. 

A intervenire sulla questione è anche Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia; il partito di Giorgia Meloni ha più volte sottolineato la necessità di ridurre il carico fiscale alle aziende per cui è già difficile reggere la concorrenza con le imprese straniere: “È necessario che il governo risponda alle esigenze degli imprenditori e dei proprietari di immobili. È inutile sperare nella ripresa del made in Italy quando le aziende che decidono di rimanere nel Paese e non delocalizzare vengono oberate da una tassazione eccessiva e sfiancante. Bene aumentare la deducibilità dell’imposta dal 20 al 40%, come è stato fatto, ma non basta, bisogna mettere gli imprenditori nelle condizioni di poter competere con una realtà economica sempre più concorrenziale

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