SALARI E PIL: LA SITUAZIONE ITALIANA CONTINUA A PREOCCUPARE

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In Italia la situazione relativa all’occupazione e alla crescita economica è tornata a preoccupare economisti e operatori del mercato. Per quel che riguarda l’occupazione, la cosa che desta maggiore perplessità, oltre ai dati relativi alla disoccupazione, specie giovanile, è la questione dei salari. Da 10 anni a questa parte, infatti, gli stipendi dei lavoratori italiani sono rimasti pressoché invariati. A sostenerlo è l’ETUC, la Confederazione europea dei sindacati.

È pur vero che nel resto d’Europa le cose non vanno meglio: persino in Germania ad un aumento della produttività non è corrisposto un adeguato innalzamento dei salari. Se si tiene in considerazione il dato relativo ai cosiddetti salari “reali”, cioè il potere d’acquisto degli stipendi legato ai tassi d’inflazione, allora si scopre che le buste paga dei lavoratori della penisola italiana sono addirittura peggiorate rispetto a dieci anni fa. Questa situazione oltre ad essere deleteria per gli occupati è dannosa per le imprese: se si confrontano infatti i dati relativi al PIL reale corrisposto ad ogni ora lavorativa, allora si scopre che in Italia la produttività del lavoro è la peggiore tra tutti i paesi UE.

Date queste premesse non c’è da stupirsi se il PIL italiano stenta a decollare, e le previsioni relative all’andamento dello stesso si fanno sempre più fosche. Per Confindustria, il 2019 sarà un anno a crescita zero per l’Italia, tendenza che dovrebbe confermarsi anche per il 2020, che vedrà un esiguo aumento del prodotto interno. Secondo lo studio pubblicato di recente dalla stessa Confindustria, gli investimenti privati sono destinati a diminuire e a nulla saranno valse le misure previste dal documento di economia e finanza del governo cinquestelle-lega.

Per Luca Vitale, esponente di Fratelli d’Italia a Grosseto, è necessario che il governo riveda la linea di politica economica: “Il problema principale del nostro paese è la produttività: le aziende italiane hanno perso terreno in questi anni rispetto ai competitors stranieri. Bisogna intervenire su questo, abbassando la pressione fiscale che grava sul lavoro dipendente. Se ciò non avverrà nel più breve tempo possibile qualsiasi provvedimento volto a ridurre la povertà non sarà risolutivo, bensì destinato a tamponare una ferita che si allarga sempre di più nel tessuto produttivo italiano

TASI, IMU E TARI: PER I PROPRIETARI POSSEDERE UN IMMOBILE E’ DIVENTATO UN INCUBO

Più che un investimento, un incubo. L’incubo dei proprietari di immobili, potremmo definirlo. Sì, perché sebbene da sempre in Italia gli immobili sono considerati degli strumenti utili per far cassa attraverso una tassazione eccessiva, negli ultimi anni la situazione è addirittura peggiorata. A certificarlo è l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre. Dal 2012 ad oggi famiglie e imprese hanno versato ben 156 miliardi di euro tra Imu e Tasi. 

L’abolizione della Tasi sulla prima casa ha fatto sì risparmiare 3.5 miliardi di euro agli italiani, ma questo ammanco nelle casse statali è stato di gran lunga compensato con l’aumento delle imposte sulle seconde case e sugli immobili “strumentali”. Il passaggio dall’Ici all’Imu è stato quindi un vero e proprio salasso per i proprietari di immobili, qualsiasi sia la destinazione di questi ultimi. Tra il 2011, ultimo anno in cui si è pagata l’Ici e il 2018 il gettito è aumentato di ben 5 miliardi. Una situazione impossibile per le piccole e medie imprese che sono dunque costrette a versare allo Stato miliardi di euro per immobili che servono a produrre ricchezza e posti di lavoro. 

“Fino a qualche anno fa l’acquisto di una abitazione o di un immobile strumentale costituiva un investimento. Ora, in particolar modo chi possiede una seconda casa o un capannone, sta vivendo un incubo. Tra Imu, Tasi e Tari, ad esempio, questi edifici sono sottoposti ad un carico fiscale da far tremare i polsi”, dichiara Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA. 

A intervenire sulla questione è anche Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia; il partito di Giorgia Meloni ha più volte sottolineato la necessità di ridurre il carico fiscale alle aziende per cui è già difficile reggere la concorrenza con le imprese straniere: “È necessario che il governo risponda alle esigenze degli imprenditori e dei proprietari di immobili. È inutile sperare nella ripresa del made in Italy quando le aziende che decidono di rimanere nel Paese e non delocalizzare vengono oberate da una tassazione eccessiva e sfiancante. Bene aumentare la deducibilità dell’imposta dal 20 al 40%, come è stato fatto, ma non basta, bisogna mettere gli imprenditori nelle condizioni di poter competere con una realtà economica sempre più concorrenziale

SONDAGGI, SALVINI PAGA L’ALLEANZA CON I 5STELLE, ELETTORATO DI CENTRO-DESTRA SEMPRE PIU’ DELUSO

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Chi è al governo lo sa bene: i primi mesi dall’insediamento sono, dal punto di vista elettorale, quelli più proficui in termini di consensi. La fiducia verso il nuovo esecutivo, l’iniziale entusiasmo trainato dalla speranza di un miglioramento generale dà vita ad un clima di distensione tra popolo e palazzo. Ma questa fiducia non è eterna, anzi: si esaurisce piuttosto velocemente. E stando ai risultati raccolti da un’indagine Ipsos e pubblicati dal Corriere, anche per il governo Lega-5Stelle è arrivato il momento di fare i conti con la realtà.

Se, infatti, finora l’esecutivo aveva goduto di una fiducia ampia (circa il 60% di tutto l’elettorato attivo), adesso le cose sembrano virare verso una rivalutazione: soltanto 4 italiani su 10 – questi i dati del sondaggio Ipsos – sarebbero soddisfatti dell’azione di governo. A farne le spese, nonostante lo stakanovismo sui social network, è Salvini, che – sebbene sia riuscito a conquistare nuovi elettori, soprattutto a Sud – sta perdendo consensi tra quelli che rappresentano (o rappresentavano?) lo zoccolo duro dell’elettorato leghista: il ceto produttivo settentrionale. Il perché di questo ripensamento è da rintracciare nella manovra economica approvata in extremis dal Parlamento sul finire del 2018. I due partiti di riferimento infatti hanno portato avanti la loro battaglia contando soprattutto su due provvedimenti: il reddito di cittadinanza per i grillini e quota cento per la Lega. Niente flat tax, niente taglio alle accise, poco o nulla per chi, in questi anni difficili dal punto di vista economico, ha tirato la cinghia pur di continuare a fare impresa. Quel che è passata all’elettorato di centro-destra è dunque l’impressione che l’indirizzo politico dei provvedimenti dell’attuale esecutivo sia più spostato verso i pentastellati, mentre l’azione per certi versi energica del Ministro dell’Interno sia stata piuttosto flebile nella tutela della parte più produttiva del paese. 

“Salvini paga l’alleanza con i cinquestelle” – commenta Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia – “anche perché, analizzando i risultati delle elezioni politiche dello scorso anno è chiaro che la maggioranza del paese era più orientata verso il centro-destra, mentre l’esecutivo che si è creato è un ibrido in cui a prevalere è principalmente il programma di Di Maio, soprattutto per quel che riguarda la parte economica e sociale. Nonostante sia in minoranza, invece, il gruppo di Giorgia Meloni si è mostrato assai più compatto nel difendere le esigenze di chi, tra mille difficoltà burocratiche e non solo, vuole produrre ricchezza a beneficio di tutto il Paese. Mi fa piacere che gli elettori se ne rendano conto e ce ne diano merito”. 

MENO SOLDI ALLE PICCOLE-MEDIO IMPRESE. FRATELLI D’ITALIA, LE BANCHE TORNINO A SOSTENERE L’ECONOMIA REALE

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Emerge un dato preoccupante, recentemente diffuso dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, che fotografa bene la situazione in cui si trovano le piccole-medie imprese italiane. Sembra infatti che si sia registrata una contrazione nella concessione del credito alle imprese. Dal novembre 2017 allo stesso mese del 2018 si è rilevata una diminuzione dello 0.7% sui finanziamenti erogati alle imprese, che tradotto in numeri “reali” fanno quasi 5 miliardi in meno di euro a disposizione delle aziende italiane. 

Un andamento preoccupante, specie se lo si ricollega alle serie storiche: dal 2011 ad oggi questa diminuzione è stata addirittura del 27%, pari a 252 miliardi di euro, e ha contribuito senz’altro a rendere meno facile la gestione d’impresa ai piccoli imprenditori, che nello stesso periodo hanno dovuto fare i conti con la crisi economica e la recessione. A subire gli effetti di questa contrazione sono state, come detto, soprattutto le imprese con meno di 20 dipendenti, che rappresentano il 98% del tessuto produttivo italiano. La crisi bancaria ha certamente contribuito a irrigidire gli istituti di credito, ma da sola non spiega il perché di questa difficoltà da parte delle aziende di ricevere credito dalle banche. Le imprese italiane più strutturate hanno sì subito anch’esse i contraccolpi della riduzione dei crediti concessi, ma in misura minore rispetto alle imprese più piccole. 

Il credit crunch ha fatto sentire i suoi effetti soprattutto al centro-sud. Nel Lazio, per esempio, si è avuta una contrazione del 35% negli ultimi sette anni. In Toscana, tra il 2017 e il 2018, la contrazione ha riguardato 1 miliardo e mezzo di euro. Sono poche le regioni italiane in cui i dati fanno registrare un segno più, perlopiù dislocate tutte al settentrione e per cifre che – ad eccezione del Piemonte – non superano le decine di milioni. Ultimamente il problema è stato sollevato anche da Giorgia Meloni e da Fratelli d’Italia. Le banche, infatti, sembrano aver smesso di sostenere l’economia reale. E questo dato è preoccupante per diversi motivi: sia perché – a lungo andare – ciò renderà ancor più difficile creare ricchezza in Italia, sia perché le piccole-medie imprese, contrariamente a quel che si può pensare, hanno indici di solvibilità maggiori rispetto alle imprese più grandi. Questo, nel lungo periodo, espone le banche a nuove, future, crisi. In quanto rappresentante locale di Fratelli d’Italia ritengo sia necessario monitorare la situazione, perché le piccole-medie imprese rappresentano una risorsa preziosa per il territorio, soprattutto per quel che riguarda l’occupazione nei centri minori del nostro paese.

Luca Vitale, Fratelli d’Italia-Grosseto

ELEZIONI REGIONALI IN ABRUZZO, TRIONFO DELLA COALIZIONE DI CENTRO- DESTRA, FRATELLI D’ITALIA SEMPRE PIU’ APPREZZATO DAGLI ELETTORI

Buone notizie per la politica italiana. Alle elezioni regionali in Abruzzo la coalizione di centro- destra ha stravinto, ottenendo un ottimo risultato elettorale. Marco Marsilio, candidato della coalizione di destra, ha ottenuto il 48% dei voti, staccando di molto Legnini, di centro-sinistra e
Marcozzi, candidata pentastellata.

La Lega conferma il buon andamento attuale, ottenendo da sola il 27% delle preferenze, ma è da segnalare anche l’ottimo risultato di Fratelli d’Italia, col 6.5% di voti raccolti tra il popolo abruzzese. E Giorgia Meloni ha giustamente sottolineato come la giornata di ieri abbia un’importanza storica per il partito, la leader dimostra di essere molto gradita all’elettorato, ottenendo un peso politico sempre più consistente nel panorama politico della destra italiana.

Rispetto alle elezioni politiche del 2018, Fratelli d’Italia ottiene un punto e mezzo in più a livello percentuale, che tradotto in numeri significa migliaia di elettori in più, conquistati in una sola regione.
Quanto detto conferma che la maggioranza degli elettori italiani guarda con fiducia ad una coalizione di destra; già alle elezioni politiche del 2018 il segnale era arrivato forte e chiaro, e per un soffio non si è riusciti ad ottenere il premio alla coalizione.

È indubbio che gli elettori siano rimasti delusi dalle ricette proposte dal Movimento Cinque Stelle. Da parte nostra il progetto è chiaro: quota 100 per permettere un maggior ricambio generazionale nel mondo del lavoro e meno tasse per chi vuol fare impresa.

Luca Vitale, Fratelli d’Italia-Grosseto.

OVER-65: IN AUMENTO LA POPOLAZIONE ANZIANA, MA MENO FONDI PER LE SPESE SANITARIE

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Si è parlato qualche giorno fa della difficoltà del mondo giovanile nel trovare un impiego ed avere una condizione economica stabile, ma un altro problema che contraddistingue il nostro Paese, e che abbisogna di soluzioni urgenti, riguarda un’altra fascia di popolazione, quella dei “non più giovani”, per usare una perifrasi di un termine sempre meno in voga. Il punto è che per quanto la società contemporanea tenti di far finta di non vedere o addirittura di nascondere l’“anzianità”, questa non scompare, anzi: viste le dinamiche demografiche dell’Italia, si può dire che la sua popolazione si fa sempre più vecchia. E il tentativo di eludere la questione non può farci ignorare i bisogni di chi, con l’avvento della terza età, deve far fronte a esigenze specifiche che necessitano di aiuti difficili da ottenere e non accessibili a tutti.

Già oggi gli over 65 rappresentano il 22% della popolazione italiana e, a detta dell’ISTAT, la tendenza si confermerà anche per i prossimi decenni. Nel 2045 avrà oltrepassato la soglia dei 65 anni di età il 33,7% della popolazione. Il dato di per sé non è negativo, tutt’altro: significa che l’età media si innalza anche per effetto di una maggiore longevità. Diventa fonte di preoccupazione, però, quando si tiene conto dell’abbassamento della qualità di vita della popolazione più anziana. In aumento, nel prossimo futuro, saranno infatti anche i pensionati con limitazioni funzionali che avranno bisogno di cure peculiari; al contempo, diminuisce il numero di caregiver familiari, cioè di parenti disposti ad accudire le persone in stato di necessità, poiché non sempre ciò si concilia con gli impegni lavorativi dei più giovani. Ecco allora che ci si deve rivolgere ad un aiuto “esterno”, che però diventa sempre più costoso. Secondo una ricerca condotta da Auser, infatti, più della metà delle famiglie in cui sono presenti anziani non autosufficienti ha avuto o ha tuttora difficoltà a sostenere le spese sanitarie per il proprio caro. E, a giudicare dalle tendenze occupazionali degli under-35, la situazione si protrarrà nel futuro, col rischio di vedere peggiorare la qualità della vita sia per i più giovani, sia soprattutto per i più anziani, considerate altresì le difficoltà di accesso ai servizi domiciliari: tra il 2009 e il 2013 in Italia gli anziani sono aumentati dell’8,6 per cento, passando da 11.974.530 a 13.007.490. Nello stesso tempo sono diminuiti del 21,4 per cento gli anziani che hanno beneficiato del servizio di assistenza domiciliare (Sad) passando da 190.908 del 2009 (1,6%) a 149.995 del 2013 (1,2%). Questo significa che la spesa pubblica prevista per far fronte alle necessità della popolazione anziana è di gran lunga insufficiente, e se l’evoluzione demografica dell’Italia vede un aumento esponenziale dell’età media, tutto ciò si traduce in una situazione di completa emergenza che rischia di diventare esplosiva.

Per Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli D’Italia, “la questione va affrontata il prima possibile, poiché è evidente che i servizi offerti dal welfare non riescono a coprire le necessità delle persone più in là con gli anni”. “Sempre più spesso” – continua Vitale – “a livello locale, dove è più facile che la politica incontri il cittadino, una delle richieste più frequenti è proprio lo stanziamento di maggiori fondi per la gestione dei bisogni dei più anziani. I familiari non sempre riescono a far fronte a tutto e la pensione da sola non è sufficiente a coprire tutte le spese. Prendersi cura della popolazione più bisognosa è un imperativo morale per la politica tutta”.

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE, SONO NECESSARIE SOLUZIONI SUL LUNGO PERIODO, È A RISCHIO LA SOPRAVVIVENZA DEL PAESE

Giovani e lavoro. È questo uno dei nodi centrali della situazione economica italiana e non solo. Se ne parla spesso, ma mai abbastanza, in realtà, poiché i dati che emergono continuamente dalle ricerche e dalle statistiche continuano a fotografare una condizione che dire precaria non è in grado di restituire il dramma generazionale nelle dovute proporzioni. In questi anni di crisi economica le difficoltà si sono ripercosse su tutte le fasce sociali, a prescindere dai criteri che gli esperti di statistica usano per raggruppare la popolazione. Ma che gli under-35 siano di gran lunga la categoria che più paga il costo di un decennio di difficoltà è la costante di ogni sondaggio effettuato sul mondo del lavoro.

Si potrebbe riassumere l’attuale condizione giovanile in pochissime parole: i giovani non lavorano o, se trovano un impiego, questo non è sufficiente a permettere loro di mantenersi da soli. E il riassunto potrebbe benissimo concludersi qui, perché veramente non vi è altro da aggiungere. Tuttavia, ciò sarebbe impreciso e ingiusto. Impreciso perché vale la pena citare numeri e percentuali che le ricerche si affrettano a mettere in ordine con tanta perizia; ingiusto perché le poche parole usate sopra rischiano di diventare un luogo comune, un leitmotiv che non è in grado di dipingere con cura il disagio esistenziale che colpisce chi fatica a trovare un impiego in grado di restituire al lavoratore la propria indipendenza. Da cittadino italiano e da esponente locale di Fratelli d’Italia, ritengo sia mio compito non tralasciare alcun aspetto di questa tragedia, perché urge una soluzione e la classe politica non può evitare di farsi carico del futuro del paese, rappresentato – appunto – dagli stessi giovani che, con immense difficoltà, provano a costruirsi un avvenire a tinte meno fosche rispetto a quelle attuali.

Secondo l’Eurostat più di 66 giovani su 100 di età compresa tra i 18 e i 34 anni vivono ancora con i genitori, in leggera risalita rispetto al 65% dell’anno scorso. E uno dei principali motivi di questa difficoltà ad allontanarsi dal nucleo familiare è, nemmeno a dirlo, la penuria di posti di lavoro: l’Italia è tra i paesi UE in cui la disoccupazione giovanile fa registrare i tassi più alti: il 31,6%, il doppio rispetto alla media europea, più del triplo rispetto alla media totale dei disoccupati in Italia (10,1%), a testimonianza del fatto che la mancanza di un impiego colpisce soprattutto i più giovani. Peggio di noi, solo la Spagna e la Grecia (rispettivamente 34,3 e 37,9% di disoccupati sotto i 25 anni).

Anche nel caso in cui si riuscisse a trovare lavoro, questo non sarebbe comunque in linea con le aspettative. Tra i professionisti che vorrebbero una nuova opportunità di carriera, il 90% di questi è rappresentato dai cosiddetti “Millennials”, generazioni comprese tra i 24 e i 38 anni, secondo quanto emerge da una ricerca condotta per LinkedIn. Per il 36% dei lavoratori appartenenti alle nuove generazioni, lo stipendio è addirittura sotto la soglia di adeguatezza per uno stile di vita accettabile e il 14% dichiara di aver bisogno di un aiuto da parte della famiglia per far fronte alle spese.

Quelle sopra elencate sono cifre spaventose per chiunque, perché dietro ai numeri vi sono delle persone. Persone a cui la politica tutta, tanto a livello locale quanto a livello nazionale, deve una risposta immediata, sincera e risolutiva. In questi anni si è provato a risolvere la questione con soluzioni temporanee, capaci tuttalpiù di mettere una pezza passeggera su una ferita profonda. Bisogna dunque agire con vigore. Per esempio, abbassando il cuneo fiscale per le nuove assunzioni, fornendo maggiori incentivi fiscali a chi decide di metter su famiglia. Ma nessuna soluzione sarà efficace se la misura che la introduce è destinata a durare qualche mese; bisogna agire sul lungo periodo, perché se ottenere un impiego è quasi impossibile, e se dopo averlo ottenuto si rimane comunque in una situazione precaria, allora sarà sempre più difficile decidere di creare nuovi nuclei familiari, ed i tassi di natalità in Italia sono già impietosi, mentre la piramide d’età della popolazione italiana si assottiglia sempre più alla base, mettendo a rischio finanche la sopravvivenza futura del nostro Paese.

Luca Vitale, Fratelli d’Italia – Grosseto

BANKITALIA: RALLENTANO LE STIME DI CRESCITA DEL PIL ITALIANO

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Da più di un biennio l’Europa sembrava aver trovato la strada verso l’uscita dalla recessione e dalla crisi economica. La situazione nei mercati del Vecchio Continente non si era assestata ancora ai livelli precedenti al 2008, ma era ragionevole credere che il terreno perduto potesse essere recuperato nel giro di qualche anno. Questo fino a ieri. Oggi, invece, gli indicatori economici suggeriscono tutt’altro. Bankitalia ha infatti abbassato le stime di crescita del PIL per quest’anno: dall’1,2% all’1%, per un totale di due decimali di punti in meno rispetto a quanto ci si aspettava a inizio dell’anno. Per il 2019 le previsioni mantengono un +1% di PIL, ma è un numero su cui si continua a discutere e su cui il governo si è confrontato con le istituzioni dell’Unione Europea. Da Palazzo Chigi, infatti, insistono: le misure inserite nella manovra finanziaria avranno il loro effetto macroeconomico positivo, per cui è ipotizzabile una crescita che superi di mezzo punto la cifra prevista da Bankitalia. Quel che non tiene in considerazione l’esecutivo, a leggere il documento redatto dall’ente presieduto da Visco, è l’effetto che un aumento dei tassi di interesse sui titoli di stato potrebbe avere sull’intero assetto economico.

E il copione non sembra diverso nemmeno per il 2020, poiché “gli effetti negativi sull’attività economica derivanti dal profilo più elevato dei tassi di interesse osservati e attesi, oltre che da un’espansione più contenuta della domanda estera, compensano quelli di segno opposto riconducibili agli interventi contenuti nella manovra di bilancio e al calo delle quotazioni del greggio”. Quindi, conclude Bankitalia, ipotizzando una moderata espansione della domanda interna e dei consumi, gli investimenti potrebbero comunque ridursi a fronte di un aumento dei costi di finanziamento per le imprese. Anche l’inflazione, stando alle previsioni della banca nazionale, aumenterebbe meno rispetto al previsto: due decimi di punto in meno, soprattutto per via della diminuzione del costo delle materie prime.


Se Atene piange, Sparta di certo non ride: nelle stesse ore in cui sul sito di Bankitalia veniva pubblicato il documento, l’omologa banca tedesca, la Bundesbank, decurtava di mezzo punto percentuale le stime di crescita tedesche, portandole all’1,5% per il 2018 e all’1,6% per il 2019-2020, rispetto all’1,9% previsto a luglio. Volendo fotografare la situazione attuale dello stato di salute dell’economia europea, si potrebbe dire che questa ha sì attraversato la fase più acuta della malattia (la recessione), ma non è ancora guarita del tutto, anzi…

Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia, commenta così le novità arrivate da Palazzo Koch: “La Banca d’Italia conferma i timori dei risparmiatori italiani, ma le aspettative sono meno rosee per tutta l’Eurozona. Questo ci deve far riflettere: se l’economia dell’Unione non migliora, evidentemente c’è qualcosa che non va nelle politiche proposte da Bruxelles. Certamente il governo italiano può fare di meglio rispetto a quanto finora visto, ed è quello che il nostro partito chiede: misure anche più coraggiose rispetto alla manovra al vaglio del Parlamento, ma che vadano nella direzione giusta, ovvero verso l’agevolazione delle famiglie sui consumi e un maggiore supporto alle aziende italiane che vogliono investire puntando tutto sulle qualità del nostro paese”.