CALO DELLE NASCITE, POPOLAZIONE ITALIANA IN DIMINUZIONE. FRATELLI D’ITALIA: “SERVONO SOLUZIONI INCISIVE”

C’è un’emergenza in Italia che rischia di passare inosservata, quasi ignorata dall’agone dei dibattiti politici: quella delle nascite. I nuovi nati sono sempre di meno, anzi, non sono mai stati così pochi dall’Unità d’Italia.

Il declino demografico prosegue la sua triste discesa, iniziata – secondo i dati
Istat – più di un decennio fa, nel 2008. Dal 2015 i neonati si sono assestati sotto il mezzo milione, e la parabola discendente prosegue ancora, con un calo del 4% nel 2018 rispetto all’anno precedente.

Più morti che nascite, dice l’Istat, e ciò accade ormai da qualche anno, determinando una
diminuzione della popolazione italiana, che si assesta a poco più di 55 milioni di persone. Dal 2014 ad oggi, i cittadini italiani sono diminuiti di quasi 700mila unità. È come se una grande città si fosse svuotata per intero, nell’arco di qualche anno.
A rendere ancora più allarmante la situazione è il fatto che alla diminuzione delle nascite si aggiunge l’aumento dei cittadini italiani espatriati. Una situazione simile richiede soluzioni immediate, volte a garantire un futuro al nostro paese.

La diminuzione delle nascite infatti porta con sé altri effetti che rischiano di condurre l’Italia al collasso: l’aumento dell’età media, unitamente al mancato ricambio generazionale, ha un effetto a cascata a livello sociale, economico e culturale.

La politica dovrebbe dunque farsi carico di questo problema, che al momento sembra non far parte dell’agenda del governo. D’altro canto, la sinistra ribadisce che la diminuzione della popolazione italiana è compensata dall’aumento dell’immigrazione in entrata, come se ciò risolvesse il problema principale, anziché crearne altri.
In questi anni solo Giorgia Meloni ha cercato a più riprese di porre l’attenzione sulla spinosa questione del calo demografico, proponendo un “piano natalità” comprendente la creazione di nuovi asili nido, un incentivo economico pari a 400 euro per ogni bambino al di sotto dei sei anni, l’aumento dei congedi parentali retribuiti e il taglio dell’IVA sui prodotti dedicati ai neonati. Ma dall’attuale governo Lega-5stelle nessuna proposta è arrivata, e il duo Salvini – Di Maio è stato impegnato a farsi la guerra per racimolare più voti. Voti che, in un futuro nemmeno troppo lontano, rischiano di scomparire, in assenza di nuovi elettori.

“Bisogna adottare misure che abbiano effetti positivi nel medio termine” – dice Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia – “il piano natalità proposto dalla Meloni è un ottimo inizio e come partito siamo consci del fatto che condizione necessaria affinché i dati sulle nascite tornino in positivo è la creazione di posti di lavoro stabili; oggi le giovani coppie italiane si trovano nelle condizioni di scegliere tra il lavoro, spesso precario, e la maternità.

C’è bisogno che la politica italiana agevoli quanto più possibile le famiglie con neonati a carico attraverso la creazione di reti di servizi a tappeto, affinché la nascita di nuovi bambini non sia fonte di preoccupazioni per i genitori”

CONTINUA L’ASCESA DI FRATELLI D’ITALIA: A CAGLIARI VITTORIA STORICA

Prosegue l’inarrestabile ascesa di Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni alla conquista del centro-destra. Storica vittoria alle elezioni comunali di Cagliari, in cui FdI è risultato il primo partito per la coalizione di destra che ha guidato Paolo Truzzu alla vittoria. Il 12% dei cagliaritani ha scelto Fratelli d’Italia, mentre Lega e Forza Italia ottengono poco più del 5% ciascuno. Truzzu, già consigliere regionale per il partito di Giorgia Meloni, è riuscito a vincere superando il 50% dei consensi e aggiudicandosi la vittoria al primo turno.

Un risultato importante, che conferma l’apprezzamento del popolo sardo nei confronti degli esponenti di FdI, che già nel corso delle elezioni europee di fine maggio aveva ricevuto molti consensi. Ma il momento positivo per Giorgia Meloni prosegue a livello nazionale, dove – stando agli ultimi sondaggi – il suo partito arriva a sfiorare il 7% e secondo Swg per il Tg La7 FdI è il secondo partito di centro-destra, superando così Forza Italia. “A Cagliari risultato senza precedenti: Fratelli d’Italia raggiunge il 12%, è il primo partito della coalizione di centrodestra e trascina la vittoria al primo turno di Paolo Truzzu, storico esponente di FdI. Al neosindaco di Cagliari un grande in bocca al lupo e un grazie di cuore a tutti i sardi per la loro fiducia. Non la tradiremo!”. Così Giorgia Meloni su Facebook, che appare raggiante assieme al neo-sindaco.

Soddisfatto anche Luca Vitale, esponente di Fratelli d’Italia a Grosseto: “Giorno dopo giorno, consultazione dopo consultazione, possiamo vedere come sempre più italiani apprezzino il lavoro di Giorgia Meloni e di tutti gli esponenti di Fratelli d’Italia. Non è un caso, è frutto dell’impegno quotidiano in difesa del popolo italiano. Il nostro partito è rimasto coerente rispetto alle promesse elettorali, ponendosi all’opposizione di un governo ibrido le cui decisioni politiche, specie quelle provenienti dal M5S, si stanno rivelando fallimentari e dannose. Si spera che presto il paese possa avere una maggioranza che rispecchia il volere degli elettori: un governo di centro-destra i cui capisaldi dovrebbero essere il sostegno alle famiglie italiane, un repentino abbassamento delle tasse per permettere alle imprese di ripartire e una difesa degli interessi della Nazione di fronte ai burocrati europei”.

ISTAT: DIMINUISCONO I CONSUMI DELLE FAMIGLIE, I ITALIANI COSTRETTI A RISPARMIARE PERSINO SULLA SALUTE

Per la prima volta dal 2013 si è registrato un calo nella spesa reale delle famiglie. Secondo i dati pubblicati dall’ISTAT, infatti, al netto dell’inflazione la spesa delle famiglie è diminuita di quasi un punto percentuale. La quota media mensile che gli italiani spendono in consumi è assai distante dalle cifre fatte registrare nel 2011, tuttavia si era assistiti ad una moderata crescita nel periodo 2013-2017, interrotta appunto lo scorso anno, quando la spesa media mensile si è assestata a 2571 euro.

Buona parte di questa cifra è destinata alle spese di abitazione (affitti e mutui), mentre il restante è impiegato per l’acquisto di beni alimentari e per i trasporti. Si parla – è chiaro – di dati medi aggregati, che non tengono in considerazione il reddito e la propensione al consumo, ma – sottolinea l’istituto di statistica – la stragrande maggioranza delle famiglie spende un importo inferiore al dato medio nazionale. Differenze di spesa sono registrate anche tra Nord e Sud del paese: la spesa media delle famiglie lombarde, per esempio, è di molto superiore ai nuclei familiari di Calabria e Sicilia, le regioni con le spese più contenute.

Le famiglie italiane, dunque, preferiscono risparmiare su tutti quei capitoli di spesa non essenziali: abbigliamento, viaggi e vacanze, carburanti. E, dato preoccupante, molte famiglie si trovano costrette a ridurre la spesa sanitaria. A meno di un improbabile miglioramento repentino della salute pubblica, questo significa che i più scelgono di evitare le visite mediche e gli accertamenti periodici più onerosi.

Come sempre accade in questi casi, i dati ISTAT sono destinati a far discutere. Per le opposizioni, il governo Di Maio – Salvini dovrebbe impegnarsi concretamente per far fronte ad una situazione di contrazione dei consumi. Per Luca Vitale, esponente di Fratelli d’Italia a Grosseto, “il governo dovrebbe rivedere le scelte di politica economica”. “Non ha senso – continua Vitale – istituire il reddito di cittadinanza e al contempo, come è probabile, aumentare l’IVA, che va a gravare ulteriormente sui consumi delle famiglie. Meno consumi significa meno vendite per le attività commerciali, meno produzione per le industrie, meno ricchezza nazionale. Una spirale negativa in cui l’Italia non può rischiare di cadere”.

ARRIVA IL “RISPARMIOMETRO”, LA BANCA DATI DEI CONTI CORRENTI PER SPIARE I CITTADINI. FRATELLI D’ITALIA: DITTATURA FISCALE.

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L’evasione fiscale è un problema cronico in Italia, e di questo si discute di frequente sui talk-show televisivi. Negli ultimi anni, complice anche la necessità di far cassa da parte dello Stato, sono stati vari gli strumenti inventati per far sì che ogni minimo sospetto fosse passato al vaglio dell’Agenzia delle Entrate e a questa lista si aggiunge il cosiddetto “risparmiometro”, nuova creatura a disposizione anche delle Fiamme Gialle; si tratta di una banca dati dei conti correnti italiani, analizzati da un software che segnala i casi sospetti. Se i risparmi sono troppo elevati rispetto al reddito dichiarato, si rischia di vedersi additati quali evasori fiscali e perciò multati.

Giorgia Meloni, commentando la notizia dell’entrata in vigore del risparmiometro ha parlato di “dittatura fiscale”: “Se le entrate e le uscite del conto corrente non sono coerenti con gli standard dello Stato, attraverso un sofisticato sistema l’Agenzia delle Entrate e la GdF potrebbero convocarvi e chiedervi conto di tutte le spese fatte. La dittatura fiscale è ormai al suo culmine”. Col nuovo strumento, infatti, i controlli sui conti correnti avvengono in automatico, e il rischio è quello di essere considerati evasori solo perché si è risparmiato più di quanto l’Agenzia delle entrate pensa che si possa risparmiare.

Luca Vitale, esponente di Fratelli d’Italia a Grosseto, commenta così la notizia: “La creazione di nuovi strumenti per verificare eventuali evasioni non è di per sé negativa, ma lo diventa se a decidere se si è evaso è un software e non un’indagine in cui il cittadino può giustificarsi. La creazione di una banca dati con i dettagli di tutti i conti correnti è qualcosa che finora potevamo immaginare soltanto nei romanzi fantasy. Finora sono state spese ingenti somme di denaro per inventare nuove forme di controllo, ma nulla è stato fatto per contrastare la prima motivazione d’evasione: l’eccessiva pressione fiscale. L’Italia resta il paese con la più alta tassazione e, da oggi, anche quello in cui lo Stato può spiare ogni movimento bancario alla ricerca di nuove entrate!”.

IL GOVERNO FA RETROMARCIA, PREVISIONI DI CRESCITA AL RIBASSO. SALVINI, CHE FINE HA FATTO LA FLAT TAX?

Adesso anche il governo riconosce che l’Italia ha un grosso problema a livello di crescita economica. Martedì sera il Consiglio dei Ministri ha approvato il DEF, documento economia e finanza, all’interno del quale l’esecutivo mette nero su bianco che le previsioni di crescita economica stilate sul finire dell’anno scorso, in occasione della legge di bilancio, erano farlocche. A dicembre, nonostante le previsioni degli altri operatori andassero tutte nella medesima direzione (quella della recessione), il governo Lega-5Stelle prevedeva un +1,5% di Pil, una cifra che era addirittura aumentata di mezzo punto percentuale nelle parole del ministro Savona. Oggi, a distanza di pochi mesi, il governo fa i conti con la realtà: per il 2019 è prevista una crescita economica di appena 0,2 punti percentuali. E anche questa previsione rischia di essere ottimistica, dato che i calcoli dell’OCSE prevedono addirittura un calo dello 0,2%.

A farne le spese di questa situazione, nonostante la narrazione trionfalistica che si legge sui profili social del Ministro è Matteo Salvini. La flat tax tanto proclamata in campagne elettorale si sta rivelando poco più che un ritornello privo di senso. Il ministro dell’economia Tria, infatti, ha sottolineato – secondo le ricostruzioni giornalistiche – che per attuare in qualche modo il sistema di flat tax sarebbe necessario, come minimo, aumentare le aliquote IVA pur di non prosciugare le casse dello Stato. E difatti nel DEF appena approvato non vi sono se non vaghi accenni alla flat tax, senza riferire cifre e impegni economici da parte del governo.

Così, mentre Francia e Germania continuano a crescere, seppure a ritmi rallentati, l’Italia rischia di ritrovarsi in un bel guaio economico e il gap tra le altre nazioni europee e il nostro paese continua ad aumentare. “Questo governo non ha saputo dare risposte tangibili agli italiani” – commenta Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia – “alcune iniziative previste nella legge di bilancio e nel DEF sono dannose, come l’introduzione del reddito di cittadinanza, mentre il programma economico della Lega è quasi scomparso del tutto. Salvini si è adagiato nell’alleanza coi grillini, tradendo quelle che erano le aspettative dell’elettorato di centro-destra italiano. La crescita nei sondaggi di Fratelli d’Italia e la fiducia che gli italiani ripongono in Giorgia Meloni, invece, conferma il buon lavoro fatto dal nostro partito a tutela dei cittadini

RISERVE AUREE: LEGA E CINQUESTELLE SOVRANISTI SOLO SUI SOCIAL

In questi giorni si è discussa al Senato della mozione presentata dal governo sulle riserve auree di Bankitalia. La mozione è passata grazie all’asse governativo, eppure la maggioranza ha bocciato un’altra mozione avanzata dal gruppo di Fratelli d’Italia.

L’obiettivo di Lega e Cinquestelle è quello di avere notizie intorno alle riserve auree possedute da Bankitalia, soprattutto quelle detenute all’estero, nonché sulle eventuali modalità di rimpatrio di queste ultime. La mozione proposta da Giorgia Meloni andava in una direzione ben precisa: impegnarsi a ribadire che le riserve auree non sono di proprietà di Bankitalia, in gran parte in mano a istituti privati, bensì dello Stato e dei Cittadini italiani. Un impegno, questo, che Fratelli d’Italia porta avanti da anni e che qualsiasi forza politica sovranista o sedicente tale avrebbe perorato. Eppure, tanto il partito di Salvini, quanto quello di Di Maio, si sono espressi in maniera contraria. Giorgia Meloni ha giustamente sottolineato l’incoerenza di chi sui social si presenta come il difensore della patria e dei confini nazionali, ma in Palazzo vota contro un provvedimento che avrebbe ribadito che le riserve auree sono esclusivamente una ricchezza statale, non appartenente a nessun soggetto privato. “Nelle ultime settimane abbiamo interrogato il presidente del Consiglio Conte che a sorpresa dice che le riserve auree sono di proprietà di Bankitalia, quindi non più degli italiani e dello Stato”, dichiara Giorgia Meloni.

Sulla vicenda interviene anche Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia: “Il governo aveva l’occasione di fare qualcosa nell’interesse del popolo, un’azione concreta e diretta, e ha preferito voltarsi dall’altra parte. Ciò che mi lascia ancora più perplesso è l’obiettivo verso cui sembra tendere la mozione presentata dalla Lega e dai Cinquestelle: a che scopo chiedere informazioni sulle modalità di rientro delle riserve auree se non si ha l’intenzione di ribadirne la sovranità italiana? Il timore è che Conte e i suoi ministri vogliano vendere una parte delle riserve per finanziare le manovre del governo, rivelatesi dannose per l’economia italiana, e sopravvivere così alle promesse elettorali dei due partiti di maggioranza. Questo esporrebbe ancor più l’Italia alle manovre speculative di operatori finanziari senza scrupoli. Giorgia Meloni sicuramente farà il massimo affinché gli interessi dei cittadini siano tutelati.

SALARI E PIL: LA SITUAZIONE ITALIANA CONTINUA A PREOCCUPARE

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In Italia la situazione relativa all’occupazione e alla crescita economica è tornata a preoccupare economisti e operatori del mercato. Per quel che riguarda l’occupazione, la cosa che desta maggiore perplessità, oltre ai dati relativi alla disoccupazione, specie giovanile, è la questione dei salari. Da 10 anni a questa parte, infatti, gli stipendi dei lavoratori italiani sono rimasti pressoché invariati. A sostenerlo è l’ETUC, la Confederazione europea dei sindacati.

È pur vero che nel resto d’Europa le cose non vanno meglio: persino in Germania ad un aumento della produttività non è corrisposto un adeguato innalzamento dei salari. Se si tiene in considerazione il dato relativo ai cosiddetti salari “reali”, cioè il potere d’acquisto degli stipendi legato ai tassi d’inflazione, allora si scopre che le buste paga dei lavoratori della penisola italiana sono addirittura peggiorate rispetto a dieci anni fa. Questa situazione oltre ad essere deleteria per gli occupati è dannosa per le imprese: se si confrontano infatti i dati relativi al PIL reale corrisposto ad ogni ora lavorativa, allora si scopre che in Italia la produttività del lavoro è la peggiore tra tutti i paesi UE.

Date queste premesse non c’è da stupirsi se il PIL italiano stenta a decollare, e le previsioni relative all’andamento dello stesso si fanno sempre più fosche. Per Confindustria, il 2019 sarà un anno a crescita zero per l’Italia, tendenza che dovrebbe confermarsi anche per il 2020, che vedrà un esiguo aumento del prodotto interno. Secondo lo studio pubblicato di recente dalla stessa Confindustria, gli investimenti privati sono destinati a diminuire e a nulla saranno valse le misure previste dal documento di economia e finanza del governo cinquestelle-lega.

Per Luca Vitale, esponente di Fratelli d’Italia a Grosseto, è necessario che il governo riveda la linea di politica economica: “Il problema principale del nostro paese è la produttività: le aziende italiane hanno perso terreno in questi anni rispetto ai competitors stranieri. Bisogna intervenire su questo, abbassando la pressione fiscale che grava sul lavoro dipendente. Se ciò non avverrà nel più breve tempo possibile qualsiasi provvedimento volto a ridurre la povertà non sarà risolutivo, bensì destinato a tamponare una ferita che si allarga sempre di più nel tessuto produttivo italiano

TASI, IMU E TARI: PER I PROPRIETARI POSSEDERE UN IMMOBILE E’ DIVENTATO UN INCUBO

Più che un investimento, un incubo. L’incubo dei proprietari di immobili, potremmo definirlo. Sì, perché sebbene da sempre in Italia gli immobili sono considerati degli strumenti utili per far cassa attraverso una tassazione eccessiva, negli ultimi anni la situazione è addirittura peggiorata. A certificarlo è l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre. Dal 2012 ad oggi famiglie e imprese hanno versato ben 156 miliardi di euro tra Imu e Tasi. 

L’abolizione della Tasi sulla prima casa ha fatto sì risparmiare 3.5 miliardi di euro agli italiani, ma questo ammanco nelle casse statali è stato di gran lunga compensato con l’aumento delle imposte sulle seconde case e sugli immobili “strumentali”. Il passaggio dall’Ici all’Imu è stato quindi un vero e proprio salasso per i proprietari di immobili, qualsiasi sia la destinazione di questi ultimi. Tra il 2011, ultimo anno in cui si è pagata l’Ici e il 2018 il gettito è aumentato di ben 5 miliardi. Una situazione impossibile per le piccole e medie imprese che sono dunque costrette a versare allo Stato miliardi di euro per immobili che servono a produrre ricchezza e posti di lavoro. 

“Fino a qualche anno fa l’acquisto di una abitazione o di un immobile strumentale costituiva un investimento. Ora, in particolar modo chi possiede una seconda casa o un capannone, sta vivendo un incubo. Tra Imu, Tasi e Tari, ad esempio, questi edifici sono sottoposti ad un carico fiscale da far tremare i polsi”, dichiara Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA. 

A intervenire sulla questione è anche Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia; il partito di Giorgia Meloni ha più volte sottolineato la necessità di ridurre il carico fiscale alle aziende per cui è già difficile reggere la concorrenza con le imprese straniere: “È necessario che il governo risponda alle esigenze degli imprenditori e dei proprietari di immobili. È inutile sperare nella ripresa del made in Italy quando le aziende che decidono di rimanere nel Paese e non delocalizzare vengono oberate da una tassazione eccessiva e sfiancante. Bene aumentare la deducibilità dell’imposta dal 20 al 40%, come è stato fatto, ma non basta, bisogna mettere gli imprenditori nelle condizioni di poter competere con una realtà economica sempre più concorrenziale

SONDAGGI, SALVINI PAGA L’ALLEANZA CON I 5STELLE, ELETTORATO DI CENTRO-DESTRA SEMPRE PIU’ DELUSO

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Chi è al governo lo sa bene: i primi mesi dall’insediamento sono, dal punto di vista elettorale, quelli più proficui in termini di consensi. La fiducia verso il nuovo esecutivo, l’iniziale entusiasmo trainato dalla speranza di un miglioramento generale dà vita ad un clima di distensione tra popolo e palazzo. Ma questa fiducia non è eterna, anzi: si esaurisce piuttosto velocemente. E stando ai risultati raccolti da un’indagine Ipsos e pubblicati dal Corriere, anche per il governo Lega-5Stelle è arrivato il momento di fare i conti con la realtà.

Se, infatti, finora l’esecutivo aveva goduto di una fiducia ampia (circa il 60% di tutto l’elettorato attivo), adesso le cose sembrano virare verso una rivalutazione: soltanto 4 italiani su 10 – questi i dati del sondaggio Ipsos – sarebbero soddisfatti dell’azione di governo. A farne le spese, nonostante lo stakanovismo sui social network, è Salvini, che – sebbene sia riuscito a conquistare nuovi elettori, soprattutto a Sud – sta perdendo consensi tra quelli che rappresentano (o rappresentavano?) lo zoccolo duro dell’elettorato leghista: il ceto produttivo settentrionale. Il perché di questo ripensamento è da rintracciare nella manovra economica approvata in extremis dal Parlamento sul finire del 2018. I due partiti di riferimento infatti hanno portato avanti la loro battaglia contando soprattutto su due provvedimenti: il reddito di cittadinanza per i grillini e quota cento per la Lega. Niente flat tax, niente taglio alle accise, poco o nulla per chi, in questi anni difficili dal punto di vista economico, ha tirato la cinghia pur di continuare a fare impresa. Quel che è passata all’elettorato di centro-destra è dunque l’impressione che l’indirizzo politico dei provvedimenti dell’attuale esecutivo sia più spostato verso i pentastellati, mentre l’azione per certi versi energica del Ministro dell’Interno sia stata piuttosto flebile nella tutela della parte più produttiva del paese. 

“Salvini paga l’alleanza con i cinquestelle” – commenta Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia – “anche perché, analizzando i risultati delle elezioni politiche dello scorso anno è chiaro che la maggioranza del paese era più orientata verso il centro-destra, mentre l’esecutivo che si è creato è un ibrido in cui a prevalere è principalmente il programma di Di Maio, soprattutto per quel che riguarda la parte economica e sociale. Nonostante sia in minoranza, invece, il gruppo di Giorgia Meloni si è mostrato assai più compatto nel difendere le esigenze di chi, tra mille difficoltà burocratiche e non solo, vuole produrre ricchezza a beneficio di tutto il Paese. Mi fa piacere che gli elettori se ne rendano conto e ce ne diano merito”. 

MENO SOLDI ALLE PICCOLE-MEDIO IMPRESE. FRATELLI D’ITALIA, LE BANCHE TORNINO A SOSTENERE L’ECONOMIA REALE

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Emerge un dato preoccupante, recentemente diffuso dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, che fotografa bene la situazione in cui si trovano le piccole-medie imprese italiane. Sembra infatti che si sia registrata una contrazione nella concessione del credito alle imprese. Dal novembre 2017 allo stesso mese del 2018 si è rilevata una diminuzione dello 0.7% sui finanziamenti erogati alle imprese, che tradotto in numeri “reali” fanno quasi 5 miliardi in meno di euro a disposizione delle aziende italiane. 

Un andamento preoccupante, specie se lo si ricollega alle serie storiche: dal 2011 ad oggi questa diminuzione è stata addirittura del 27%, pari a 252 miliardi di euro, e ha contribuito senz’altro a rendere meno facile la gestione d’impresa ai piccoli imprenditori, che nello stesso periodo hanno dovuto fare i conti con la crisi economica e la recessione. A subire gli effetti di questa contrazione sono state, come detto, soprattutto le imprese con meno di 20 dipendenti, che rappresentano il 98% del tessuto produttivo italiano. La crisi bancaria ha certamente contribuito a irrigidire gli istituti di credito, ma da sola non spiega il perché di questa difficoltà da parte delle aziende di ricevere credito dalle banche. Le imprese italiane più strutturate hanno sì subito anch’esse i contraccolpi della riduzione dei crediti concessi, ma in misura minore rispetto alle imprese più piccole. 

Il credit crunch ha fatto sentire i suoi effetti soprattutto al centro-sud. Nel Lazio, per esempio, si è avuta una contrazione del 35% negli ultimi sette anni. In Toscana, tra il 2017 e il 2018, la contrazione ha riguardato 1 miliardo e mezzo di euro. Sono poche le regioni italiane in cui i dati fanno registrare un segno più, perlopiù dislocate tutte al settentrione e per cifre che – ad eccezione del Piemonte – non superano le decine di milioni. Ultimamente il problema è stato sollevato anche da Giorgia Meloni e da Fratelli d’Italia. Le banche, infatti, sembrano aver smesso di sostenere l’economia reale. E questo dato è preoccupante per diversi motivi: sia perché – a lungo andare – ciò renderà ancor più difficile creare ricchezza in Italia, sia perché le piccole-medie imprese, contrariamente a quel che si può pensare, hanno indici di solvibilità maggiori rispetto alle imprese più grandi. Questo, nel lungo periodo, espone le banche a nuove, future, crisi. In quanto rappresentante locale di Fratelli d’Italia ritengo sia necessario monitorare la situazione, perché le piccole-medie imprese rappresentano una risorsa preziosa per il territorio, soprattutto per quel che riguarda l’occupazione nei centri minori del nostro paese.

Luca Vitale, Fratelli d’Italia-Grosseto