DISOCCUPAZIONE GIOVANILE, SONO NECESSARIE SOLUZIONI SUL LUNGO PERIODO, È A RISCHIO LA SOPRAVVIVENZA DEL PAESE

Giovani e lavoro. È questo uno dei nodi centrali della situazione economica italiana e non solo. Se ne parla spesso, ma mai abbastanza, in realtà, poiché i dati che emergono continuamente dalle ricerche e dalle statistiche continuano a fotografare una condizione che dire precaria non è in grado di restituire il dramma generazionale nelle dovute proporzioni. In questi anni di crisi economica le difficoltà si sono ripercosse su tutte le fasce sociali, a prescindere dai criteri che gli esperti di statistica usano per raggruppare la popolazione. Ma che gli under-35 siano di gran lunga la categoria che più paga il costo di un decennio di difficoltà è la costante di ogni sondaggio effettuato sul mondo del lavoro.

Si potrebbe riassumere l’attuale condizione giovanile in pochissime parole: i giovani non lavorano o, se trovano un impiego, questo non è sufficiente a permettere loro di mantenersi da soli. E il riassunto potrebbe benissimo concludersi qui, perché veramente non vi è altro da aggiungere. Tuttavia, ciò sarebbe impreciso e ingiusto. Impreciso perché vale la pena citare numeri e percentuali che le ricerche si affrettano a mettere in ordine con tanta perizia; ingiusto perché le poche parole usate sopra rischiano di diventare un luogo comune, un leitmotiv che non è in grado di dipingere con cura il disagio esistenziale che colpisce chi fatica a trovare un impiego in grado di restituire al lavoratore la propria indipendenza. Da cittadino italiano e da esponente locale di Fratelli d’Italia, ritengo sia mio compito non tralasciare alcun aspetto di questa tragedia, perché urge una soluzione e la classe politica non può evitare di farsi carico del futuro del paese, rappresentato – appunto – dagli stessi giovani che, con immense difficoltà, provano a costruirsi un avvenire a tinte meno fosche rispetto a quelle attuali.

Secondo l’Eurostat più di 66 giovani su 100 di età compresa tra i 18 e i 34 anni vivono ancora con i genitori, in leggera risalita rispetto al 65% dell’anno scorso. E uno dei principali motivi di questa difficoltà ad allontanarsi dal nucleo familiare è, nemmeno a dirlo, la penuria di posti di lavoro: l’Italia è tra i paesi UE in cui la disoccupazione giovanile fa registrare i tassi più alti: il 31,6%, il doppio rispetto alla media europea, più del triplo rispetto alla media totale dei disoccupati in Italia (10,1%), a testimonianza del fatto che la mancanza di un impiego colpisce soprattutto i più giovani. Peggio di noi, solo la Spagna e la Grecia (rispettivamente 34,3 e 37,9% di disoccupati sotto i 25 anni).

Anche nel caso in cui si riuscisse a trovare lavoro, questo non sarebbe comunque in linea con le aspettative. Tra i professionisti che vorrebbero una nuova opportunità di carriera, il 90% di questi è rappresentato dai cosiddetti “Millennials”, generazioni comprese tra i 24 e i 38 anni, secondo quanto emerge da una ricerca condotta per LinkedIn. Per il 36% dei lavoratori appartenenti alle nuove generazioni, lo stipendio è addirittura sotto la soglia di adeguatezza per uno stile di vita accettabile e il 14% dichiara di aver bisogno di un aiuto da parte della famiglia per far fronte alle spese.

Quelle sopra elencate sono cifre spaventose per chiunque, perché dietro ai numeri vi sono delle persone. Persone a cui la politica tutta, tanto a livello locale quanto a livello nazionale, deve una risposta immediata, sincera e risolutiva. In questi anni si è provato a risolvere la questione con soluzioni temporanee, capaci tuttalpiù di mettere una pezza passeggera su una ferita profonda. Bisogna dunque agire con vigore. Per esempio, abbassando il cuneo fiscale per le nuove assunzioni, fornendo maggiori incentivi fiscali a chi decide di metter su famiglia. Ma nessuna soluzione sarà efficace se la misura che la introduce è destinata a durare qualche mese; bisogna agire sul lungo periodo, perché se ottenere un impiego è quasi impossibile, e se dopo averlo ottenuto si rimane comunque in una situazione precaria, allora sarà sempre più difficile decidere di creare nuovi nuclei familiari, ed i tassi di natalità in Italia sono già impietosi, mentre la piramide d’età della popolazione italiana si assottiglia sempre più alla base, mettendo a rischio finanche la sopravvivenza futura del nostro Paese.

Luca Vitale, Fratelli d’Italia – Grosseto

BANKITALIA: RALLENTANO LE STIME DI CRESCITA DEL PIL ITALIANO

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Da più di un biennio l’Europa sembrava aver trovato la strada verso l’uscita dalla recessione e dalla crisi economica. La situazione nei mercati del Vecchio Continente non si era assestata ancora ai livelli precedenti al 2008, ma era ragionevole credere che il terreno perduto potesse essere recuperato nel giro di qualche anno. Questo fino a ieri. Oggi, invece, gli indicatori economici suggeriscono tutt’altro. Bankitalia ha infatti abbassato le stime di crescita del PIL per quest’anno: dall’1,2% all’1%, per un totale di due decimali di punti in meno rispetto a quanto ci si aspettava a inizio dell’anno. Per il 2019 le previsioni mantengono un +1% di PIL, ma è un numero su cui si continua a discutere e su cui il governo si è confrontato con le istituzioni dell’Unione Europea. Da Palazzo Chigi, infatti, insistono: le misure inserite nella manovra finanziaria avranno il loro effetto macroeconomico positivo, per cui è ipotizzabile una crescita che superi di mezzo punto la cifra prevista da Bankitalia. Quel che non tiene in considerazione l’esecutivo, a leggere il documento redatto dall’ente presieduto da Visco, è l’effetto che un aumento dei tassi di interesse sui titoli di stato potrebbe avere sull’intero assetto economico.

E il copione non sembra diverso nemmeno per il 2020, poiché “gli effetti negativi sull’attività economica derivanti dal profilo più elevato dei tassi di interesse osservati e attesi, oltre che da un’espansione più contenuta della domanda estera, compensano quelli di segno opposto riconducibili agli interventi contenuti nella manovra di bilancio e al calo delle quotazioni del greggio”. Quindi, conclude Bankitalia, ipotizzando una moderata espansione della domanda interna e dei consumi, gli investimenti potrebbero comunque ridursi a fronte di un aumento dei costi di finanziamento per le imprese. Anche l’inflazione, stando alle previsioni della banca nazionale, aumenterebbe meno rispetto al previsto: due decimi di punto in meno, soprattutto per via della diminuzione del costo delle materie prime.


Se Atene piange, Sparta di certo non ride: nelle stesse ore in cui sul sito di Bankitalia veniva pubblicato il documento, l’omologa banca tedesca, la Bundesbank, decurtava di mezzo punto percentuale le stime di crescita tedesche, portandole all’1,5% per il 2018 e all’1,6% per il 2019-2020, rispetto all’1,9% previsto a luglio. Volendo fotografare la situazione attuale dello stato di salute dell’economia europea, si potrebbe dire che questa ha sì attraversato la fase più acuta della malattia (la recessione), ma non è ancora guarita del tutto, anzi…

Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia, commenta così le novità arrivate da Palazzo Koch: “La Banca d’Italia conferma i timori dei risparmiatori italiani, ma le aspettative sono meno rosee per tutta l’Eurozona. Questo ci deve far riflettere: se l’economia dell’Unione non migliora, evidentemente c’è qualcosa che non va nelle politiche proposte da Bruxelles. Certamente il governo italiano può fare di meglio rispetto a quanto finora visto, ed è quello che il nostro partito chiede: misure anche più coraggiose rispetto alla manovra al vaglio del Parlamento, ma che vadano nella direzione giusta, ovvero verso l’agevolazione delle famiglie sui consumi e un maggiore supporto alle aziende italiane che vogliono investire puntando tutto sulle qualità del nostro paese”.

GLOBAL COMPACT, L’ENNESIMA BEFFA AI DANNI DELL’ITALIA

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Il governo Lega-M5S sembra aver fatto marcia indietro sul cosiddetto “Global Compact for Migration” e, come ha giustamente detto Giorgia Meloni, che si è battuta contro quest’ennesima cessione di sovranità nazionale, questa è una prima vittoria. La vittoria del buon senso, verrebbe da dire.

Infatti, nonostante l’obiettivo dichiarato nella stesura finale, che dovrebbe essere sottoscritta al summit dell’Onu a Marrakech, reciti nel titolo “Global compact per una sicura, ordinata e regolare migrazione”, il contenuto dell’accordo presentato dalle Nazioni Unite, qualora sottoscritto, vincolerebbe ancor più l’Italia nella gestione dei flussi migratori. Contrariamente a quanto si legge nel testo, il Global Compact non è né un accordo sulla ripartizione dei migranti tra i paesi ONU, né un principio di cooperazione internazionale tra paesi “di emigranti” e paesi “di immigrati”, bensì un ulteriore documento ideologico che mira a soverchiare la sovranità nazionale nella gestione dei propri confini e delle politiche migratorie. E il testo del Global Compact lo esplicita chiaramente; nella sezione “la nostra visione e principi guida” si legge: “la migrazione è stata parte dell’esperienza umana nel corso della storia, e noi riconosciamo che è una fonte di prosperità, innovazione e sviluppo sostenibile nel nostro mondo globalizzato” (art. 8).

Gli obiettivi principali del documento delle Nazioni Unite sono inerenti la tutela dei diritti umani degli immigrati; nulla in contrario nei confronti di questi provvedimenti, ma essi sono già previsti dal diritto internazionale. Il Global compact, sotto questo aspetto, è ridondante. Ribadisce infatti tutele già esistenti grazie a convenzioni dell’ONU stessa. Ciò che è interessante, e motivo di dibattito politico, è invece l’insieme degli obiettivi “accessori” che rivelano la natura squisitamente ideologica del Global compact. Tra i 23 obiettivi che il documento dichiara di voler perseguire, si legge: “promuovere una comunicazione indipendente, obiettiva e di qualità da parte dei mezzi di comunicazione (…) anche sensibilizzando ed educando i professionisti dei media sulle tematiche e la terminologia relativa all’immigrazione” (art. 32, comma c). Si chiede, in breve, di ammaestrare la stampa per far sì che emerga dalla narrazione comune un’immagine candida dei fenomeni migratori. Bisogna far sì – secondo l’ONU – che l’immigrazione venga vista come “fonte di prosperità”, e rendere impossibile qualsiasi opinione divergente. Chiunque non veda i fenomeni migratori come occasione di innovazione in un contesto globalizzato deve essere zittito, silenziato. E si potrebbero fare altri esempi di obiettivi e articoli che, sotto un manto di innocente tutela dei diritti umani (questa sì, sacrosanta), mirano invece a circoscrivere la possibilità dei singoli stati sovrani di decidere in piena autonomia, obbligandoli ad adeguarsi ad una visione uniforme che non prevede dissensi e voci fuori dal coro.

In un paese in cui il fenomeno dell’immigrazione irregolare appare quasi inarrestabile, la sottoscrizione del Global compact avrebbe effetti deleteri e rappresenterebbe l’ennesima beffa ai danni del popolo italiano. È per questo che condivido l’appello di Giorgia Meloni per bloccare la firma di un documento che, lungi dal generare un’attenta analisi dei flussi migratori, mira a sottomettere i paesi vulnerabili come l’Italia.

Luca Vitale, Fratelli d’Italia – Grosseto

BANCHE, URGE UNA SOLUZIONE ALTERNATIVA PER TUTELARE LE PMI ITALIANE

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Sulle banche e sull’inefficace, se non dannosa, azione del governo abbiamo già avuto modo di esprimerci. L’esecutivo precedente, targato PD, ha sacrificato l’interesse dei cittadini truffati sull’altare della stabilità bancaria, quello attuale – contrariamente ai proclami della campagna elettorale – ha deciso di trattare con le banche utilizzando i guanti di velluto, condonando ben 5 miliardi di euro alle stesse banche, ai danni dei creditori che così non potranno che avere, tutt’al più, un rimborso simbolico. Eppure sono in molti a dire che le soluzioni proposte dai vari residenti in Palazzo Chigi in questi ultimi due anni sono ben lungi dal raggiungimento della tanto agognata stabilità bancaria, e soprattutto che – se questa viene conseguita a scapito del tessuto economico del paese – qualsiasi provvedimento sarà vano. Persino un personaggio come Soros è arrivato a scrivere che è stata “persa una opportunità fondamentale quando, in risposta alla crisi, i costi del risanamento sono stati orientati a favore dei creditori rispetto ai debitori e che questo abbia contribuito alla prolungata stagnazione successiva alla crisi”. E su questo – per quanto da esponente di Fratelli d’Italia mi consideri lontanissimo dal modo di pensare e agire dello speculatore ungherese – ha ragione.

Sì, perché se la soluzione è mettere le piccole e medie imprese nelle mani della finanza e dei fondi speculativi, come è avvenuto di fatto grazie al Fondo di Garanzia sulla cartolarizzazione delle cosiddette “sofferenze” – in vigore dal 2016, allora significa non tenere in considerazione le vere vittime di questa situazione, ovvero i cittadini stessi, i pochi che ancora si ostinano a fare impresa in Italia. E così facendo la stabilità bancaria sarà raggiunta, per poco, solo a un prezzo salatissimo per l’intero paese: primo, perché le imprese che pure potrebbero sopravvivere sul mercato, saranno costrette a chiudere per via della cartolarizzazione di debiti che non sono in sofferenza, ma mostrano soltanto criticità creditizie (ammissibili in un contesto economico da poco uscito dalla recessione), e in secondo luogo perché la cessione dei crediti ai fondi speculativi non avviene in maniera indolore da parte delle banche, che saranno così costrette a registrare delle perdite enormi, da sanare con improbabili aumenti di capitale. Col rischio, magari, di finire tra le braccia di quei fondi finanziari che hanno acquistato a prezzo di saldo i crediti cartolarizzati.

Si potrebbe riassumere il tentativo dei governi con un motto di spirito: l’intervento è andato bene, il paziente sta morendo. Ma una soluzione alternativa esiste? Certamente sì! Come ha scritto di recente l’avvocato Crivellari, basterebbe creare un fondo misto (pubblico e privato) che “possa fungere da “assicuratore ” delle eventuali perdite delle banche conseguenti al default di piani di rientro di debitori critici, percependo un premio di mercato per il rischio assunto”. Così agendo, si eviterebbe l’ipotesi di aiuto di Stato e si darebbe più tempo per rientrare alle imprese indebitate, evitando a queste ultime la chiusura dei battenti per via dei debiti bancari su cui pendono delle gravose ipoteche. Questa misura, con le relative limitazioni al suo impiego, permetterebbe ai debitori di stabilire un piano di rientro pluriennale credibile per avvalersi della copertura del fondo secondo i limiti previsti e in ultima istanza rispetto alle altre garanzie sui debiti.

Il provvedimento in questione avrebbe il vantaggio di restituire ossigeno alle imprese indebitate e in difficoltà, evitare che le banche registrino enormi perdite conseguenti alla cartolarizzazione dei crediti, limitare futuri interventi statali all’interno del sistema bancario, come invece appare probabile alla luce degli effetti del Fondo di Garanzia sulla cartolarizzazione delle “sofferenze” (GACS). Per questo, da cittadino e da esponente di Fratelli d’Italia, che da sempre ha a cuore la salute economica delle imprese italiane, spero che l’esecutivo attuale voglia provvedere tenendo in considerazione misure alternative al GACS come quelle qui proposte.

Luca Vitale

FATTURAZIONE ELETTRONICA: POCHI VANTAGGI, TANTI COSTI

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Com’è noto, da gennaio 2019 entrerà in vigore l’obbligo di emissione di fattura elettronica tra privati titolari di partita IVA. Dal 2015 le amministrazioni pubbliche erano già state obbligate ad utilizzare questo sistema di fatturazione, ad aprile di quest’anno si è deciso di estendere l’obbligo anche ai soggetti privati. A primo acchito questo provvedimento può apparire vantaggioso per tutti, a ben vedere, però, rischia di gravare ulteriormente sulle piccole-medie imprese disseminate sul territorio italiano.


È quanto sostiene Giorgia Meloni, secondo cui l’obbligo di fatturazione telematica “rischia di essere semplicemente un altro modo per vessare le aziende, in particolare quelle piccole, già massacrate da tasse e burocrazia”. Fratelli d’Italia propone quindi che l’obbligo sia applicabile solo ai soggetti che fatturano annualmente cifre superiori ai 10 mila euro e che venga dato più tempo alle piccole imprese per adattarsi a questo nuovo sistema, facendo slittare l’entrata in vigore dell’obbligatorietà al 2022.


“La proposta della Meloni è frutto del buon senso” – commenta Luca Vitale, esponente grossetano di Fratelli d’Italia – “in un momento di estrema difficoltà per le imprese locali, pensare di introdurre queste novità significa non tenere in considerazione il disagio delle piccole attività, che dovranno
fare i conti con costi che andranno a gravare ancora di più sulle casse delle imprese stesse”.


“Le piccole attività artigiane, per esempio, spesso gestite familiarmente, dovranno dotarsi di software specifici” – continua Vitale – “ciò significa sobbarcarsi di costi fissi importanti per attività che spesso fatturano poco più di qualche migliaio di euro. Inoltre, data la complessità della
compilazione elettronica, molti dovranno affidarsi a personale specializzato o deputare la fatturazione ad agenzie di servizi. È impensabile che tutto questo avvenga senza danno per le attività locali che a fatica resistono alla concorrenza delle multinazionali.

Chiediamo quindi al governo di riflettere su queste problematiche, evitando di rendere ancor più asfittica la sopravvivenza economica delle piccole imprese”.

BASTA REGALI ALLE BANCHE! SOLO UNA POLITICA CORAGGIOSA PUO’ SALVARE I CITTADINI DAGLI AVVOLTOI FINANZIARI

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In queste ore Giorgia Meloni ha definito scandaloso il provvedimento del governo volto a risarcire i risparmiatori truffati dalle banche venete e toscane, di cui tanto si è parlato negli ultimi due anni.

In campagna elettorale, il Movimento Cinque Stelle e la Lega si erano espressi a favore dei risarcimenti ai cittadini coinvolti in queste vicende, ma arrivati al governo non hanno mantenuto la parola data: chi chiede il rimborso stanziato dal governo ha diritto al ristoro del 30% del danno
liquidato dall’Arbitro finanziario, fino ad un massimo di cento mila euro. Inoltre, ed è questa la cosa che fa più rabbia, chi accetta il rimborso non potrà più fare causa agli istituti bancari coinvolti.

È un provvedimento, quello previsto dal Def targato Salvini-Di Maio, che non sana nulla, che si prende gioco delle migliaia di risparmiatori coinvolti, condonando, come ha denunciato Giorgia Meloni, ben 5 miliardi di euro alle banche.
Un ulteriore regalo a chi, in questi anni, ha distrutto il tessuto economico e sociale italiano. Sì, perché oltre alla crisi economica il popolo italiano ha dovuto fare i conti con operazioni bancarie ai limiti del lecito, se non oltre. È una situazione che ho più volte denunciato, da cittadino, inviando una lettera a nome mio, Luca Vitale, agli stessi esponenti dell’attuale maggioranza, senza ricevere alcuna risposta.
Nessuno ha voluto prendere provvedimenti contro l’anatocismo bancario e l’usura, per non parlare dell’annosa questione degli immobili messi all’asta perché pignorati, che vanno mediamente venduti al 20-30% del loro valore di mercato. Tutto ciò è anche conseguenza delle novità apportate
alla procedura esecutiva dal decreto banche, d. l. 59/2016 che ha limitato a tre gli esperimenti di vendita (art. 532 c.p.c.) col ribasso di ¼ del valore, con l’opzione di un ulteriore sconto “fino al limite della metà”, come stabilito dall’articolo 591 c.p.c., anch’esso modificato dalla legge succitata.
Ad aggiudicarsi questi immobili sono – spesso e volentieri – società partecipate al 100% dalle stesse banche, che così si tengono l’immobile per rivenderlo, in un secondo momento, al prezzo di mercato, mentre la differenza tra il valore dell’immobile per cui è stato chiesto il mutuo e la
rivendita fittizia a prezzo di sconto rimane a carico dell’esecutato praticamente a vita.

Chi subisce questo trattamento rimane così segnalato nel sistema di informazione creditizio (SIC) italiano, etichettato come soggetto insolvente senza la possibilità di risollevare la propria situazione economica per l’impossibilità di chiedere qualsiasi altra forma di finanziamento, andando dunque a pesare nel welfare state.
Il risultato di tutto questo è ovviamente a completo vantaggio degli istituti di credito, che guadagnano dapprima con l’anatocismo bancario, applicando interessi su interessi spesso oltre i limiti dell’usura, soprattutto nel caso di mutui, poi con la cessione del credito a società partecipate al
100% dalle banche, infine riappropriandosi del tutto in un secondo momento grazie alle stesse società partecipate, e in ultimo con la vendita degli stessi beni ad un prezzo chiaramente superiore da quello di acquisto in asta . Se si considera il fatto che circa 16 milioni di italiani siano segnalati
alle Centrali di Rischio, ci si rende conto di quanto questa pratica sia diffusa nel sistema creditizio italiano. Il tutto mentre il governo PD, nella scorsa legislatura, ha appoggiato queste dinamiche, tutelando le banche a scapito dei consumatori colpiti da questo vortice di speculazione, e l’esecutivo attuale, nonostante i proclami, si disinteressa di questa problematica e anzi “condona” 5 miliardi di euro alle banche, ancora una volta a scapito dei cittadini.

È arrivato il momento di dire basta! Si chiede dunque al governo di prendere provvedimenti contro questo fenomeno truffaldino. Le soluzioni ci sarebbero, se non mancasse la volontà politica di trovarle:
– In primis ci si dovrebbe accertare che il mutuo o il prestito per il quale si è giunti a procedimento di insolvenza non sia stato sottoposto ad usura e ad anatocismo, verifica che andrebbe fatta d’ufficio, senza sovraccaricare ancora il consumatore da ulteriori spese, per valutare la buona fede dell’istituto di credito;
– In secondo luogo, anziché accanirsi sull’esecutato, si dovrebbe dare la possibilità allo stesso di riacquistare l’immobile con dilazionamento o altre formule atte a far sì che, per i mutui inerenti immobili abitativi, egli non rimanga privo di abitazione, procedendo alla rivendita all’asta solo come extrema ratio, evitando così situazioni di disagio che incidano sul benessere dei nuclei familiari, degli anziani e dei figli, scongiurando un ulteriore
aggravio di costi sul Servizio Sanitario Nazionale per malattie dovute a stress ed esaurimento nervoso e patologie che spesso colpiscono i soggetti coinvolti in queste azioni vessatorie;
– Se anche si arrivasse alla rivendita all’asta, bisogna che gli enti di controllo si accertino che lo stesso bene non sia ceduto a prezzo di sconto a società partecipate coinvolte con gli stessi istituti di credito, limitando magari la partecipazione alle aste a società la cui partecipazione di gruppi bancari non superi il 5% delle quote di capitale.
Quanto qui denunciato merita una risposta energica, un controllo stringente sulle pratiche bancarie illecite che pesano sulle spalle dei cittadini. Fino a che non si provvederà adeguatamente ad arginare
questi fenomeni, sarà inutile sperare nella ripresa di un tessuto economico sconquassato dalla sete di denaro di banche e avvoltoi finanziari.
Se non ascoltati, svolgeremo ogni azione atta a sensibilizzare questo problema, ivi comprese petizioni da sottoporre alle forze politiche che vogliano unirsi in questa battaglia accanto ai cittadini
vittime di questo enorme sopruso.


Luca Vitale

Dall’Europa del Muro all’Europa dei lacci, è ora di riprenderci la nostra sovranità!

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Dall’Europa del Muro all’Europa dei lacci, è ora di riprenderci la nostra sovranità!

Il 9 novembre del 1989 cadeva il Muro di Berlino, finiva così un incubo durato decenni. Sono stati anni duri, in cui non solo l’Europa, ma tutto il mondo sembrava diviso in blocchi inconciliabili, pronti a contrastarsi da un momento all’altro. La minaccia nucleare pendeva come una spada di Damocle sugli alleati dell’allora Unione Sovietica e degli Stati Uniti. 
La sera del 9 novembre di ventinove anni fa sembrava che tutto stesse per cambiare, che all’improvviso un nuovo modo di concepire i rapporti internazionali potesse farsi avanti. Si pensava che, crollato il Muro che separava gli uni e gli altri, i conflitti potessero sanarsi. Oggi, a quasi un trentennio di distanza, dobbiamo prendere atto che purtroppo non è così. Che quell’occasione è stata sprecata sin da subito, con la firma del trattato di Maastricht nel 1992. Non c’è più, per fortuna, il rischio di un’invasione sovietica, e neppure il terrore che un ordigno nucleare possa spazzare secoli di civiltà europea. Ma nuovi muri sono stati costruiti. Non di mattoni, bensì di lacci e lacciuoli, quelli che stringono le singole nazioni per tenerle legate alle élite finanziare e burocratiche europee. Inutilmente ci si è illusi che, con la fine della contrapposizione del globo in blocchi, ciascun paese potesse essere libero di autodeterminarsi. Oggi, come allora e forse più di prima, siamo costretti a confrontarci con delle istituzioni che nulla hanno a che fare con i popoli che pretendono di rappresentare. Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni, sta cercando di recuperare la sovranità che ogni Nazione, per essere veramente libera, dovrebbe avere. In cosa può dirsi libero, infatti, un Paese che non può decidere la propria politica economica? Una Nazione che prima di prendere qualsiasi decisione deve chiedere il permesso altrove, a soggetti che nulla hanno a che vedere con il popolo italiano, non è una Nazione nel senso pieno del termine, perché non ha sovranità. 
Per questo, da esponente locale di Fratelli d’Italia, ritengo sia necessario impegnarsi affinché dalle macerie di questa Unione, ormai al capolinea, nasca una nuova Europa in cui le singole identità nazionali possano cooperare nel rispetto delle peculiarità dei paesi che la compongono,

Tolleranza zero significa più sicurezza, pretendiamola anche per la nostra Grosseto.

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“La notizia di pochi giorni fa ha scosso tutta Grosseto, in particolare tutte le donne che ogni giorno leggono di violenze tremende contro il genere e che oggi pare, debbono temere anche in una cittadina apparentemente tranquilla come Grosseto” afferma Luca Vitale del Coordinamento di Fratelli d’Italia Grosseto e continua.

“La stessa Giorgia Meloni indignata ha scritto sui propri social, che la vicenda di Grosseto dove un egiziano picchia e tenta di stuprare una 50enne in pieno centro, è l’ennesimo inaccettabile caso di violenza nei confronti di una donna. Non possiamo fingere di non vedere. Ora basta! Tolleranza zero”. 

Niente da aggiungere perchè Giorgia Meloni d’altronde conosce bene queste queste problematiche e per fortuna combatte ogni giorno affinchè la situazione cambi davvero.

Io Luca Vitale, come lei sono in prima linea sul fronte sicurezza, tema che già mi fu particolarmente caro nella campagna elettorale del 2016, ma ancora di più quando al centro del pericolo ci sono le donne…potrebbero essere mia moglie, o mia figlia.

Adesso è arrivato il momento di dire basta e se anche tu sei stanco come me, urliamo assieme!

Perchè il 4 novembre merita di essere ricordato.

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Il 4 novembre 1918 veniva dichiarato il “cessate il fuoco” tra l’esercito austro-ungarico e italiano, in seguito all’armistizio firmato il giorno prima a Villa Giusti. Si concludeva così una guerra di proporzioni prima inimmaginabili, definita – appunto – “mondiale”. Era la fine di un lungo calvario, costato la vita a tanti italiani: furono più di un milione e mezzo, tra militari e civili, le vite interrotte dalle operazioni belliche. Intere generazioni furono cancellate e rischiano di essere rimosse una seconda volta, cento anni dopo, oggi. 
In una nazione degna di esser definita tale, questo anniversario sarebbe ricordato con la solennità che merita un simile ricordo. Nessuna polemica, nessuna partigianeria dovrebbe sovrastare il rispetto per quei caduti che in ogni piazza di paese, anche nel più piccolo borgo italiano, sono commemorati con lapidi e monumenti, a testimonianza del lutto collettivo di un’Italia unita, forse per la prima volta, proprio in quella tragedia. In una nazione in cui il termine “Patria” non è più solo il vuoto simulacro di un valore cancellato sull’altare del multiculturalismo, il 4 novembre sarebbe ricordato come giusto che sia. È per questo motivo che, come componente del coordinamento comunale di Fratelli d’Italia di Grosseto, ma anche come Luca Vitale, cittadino italiano, faccio mia la proposta di Giorgia Meloni di rendere ricorrenza nazionale questa data, giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Il ricordo di quei giovani che, come il Milite Ignoto, hanno sacrificato la propria esistenza per difendere i confini nazionali non può essere considerato divisivo, anzi. Commemorare i caduti di Caporetto, vittime della Strafexpedition austro-ungarica, onorare i soldati che con tanto coraggio difesero l’Italia dall’esercito nemico a ridosso del Piave, al grido di “Non passa lo straniero!” non può che essere un’occorrenza per rinnovare quel clima di unità di affetti che Giulio Douhet, in occasione della sepoltura del Milite Ignoto al Monumento nazionale di Vittorio Emanuele II, volle realizzare. 
Il 4 novembre merita di essere ricordato: lo dobbiamo ai caduti ed ai sopravvissuti, alle madri e ai padri che non videro più tornare a casa i loro figli, alle mogli di uomini scomparsi per difendere la propria famiglia combattendo per la propria Nazione. Lo dobbiamo a noi stessi, per ritrovare un po’ di quell’orgoglio che guidò i nostri avi verso il trionfo nella battaglia di Vittorio Veneto.

Basta nascondersi dietro la truffa della “protezione umanitaria”.

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Basta nascondersi dietro questa fasulla protezione umanitaria, che di umano ha ben poco – così afferma Luca Vitale del Coordinamento Fratelli d’Italia Grosseto- il Governo deve prendere in mano la proposta di legge già da tempo depositata da Fratelli d’Italia per cambiare davvero questa situazione.

Continua Vitale, in questi anni l’Italia si è fatta carico -senza averne i mezzi- di clandestini che non avevano diritto di sbarcare sul territorio solo per fare la fortuna di determinate figure, ma sempre alle spese dei cittadini italiani.

In più non vengono neanche controllati, è notizia di questi giorni che oltre 50 clandestini della nave Diciotti sono spariti dal centro di Rocca di Papa. Di chi è la responsabilità delle loro vite e chissà, dei loro reati la dove li commettessero?